Apple e Google criticano le misure UE sul DMA
Apple e Google si ritrovano dalla stessa parte nello scontro con l’Unione Europea sul futuro dell’AI mobile.
La Commissione vuole che i servizi AI concorrenti abbiano accesso ad Android in modo simile a Gemini.
Apple appoggia le critiche di Google e parla di rischi per privacy, sicurezza e stabilità dei dispositivi.
La partita riguarda Android, ma tocca anche iOS, perché il DMA sta cambiando il rapporto tra Big Tech e regole europee.
Apple e Google raramente si trovano allineate in modo così visibile, eppure sul nuovo fronte europeo dell’intelligenza artificiale parlano quasi la stessa lingua. Al centro dello scontro c’è il Digital Markets Act, il regolamento con cui l’Unione Europea vuole limitare il potere delle grandi piattaforme digitali.
La Commissione Europea sta lavorando a una serie di misure rivolte a Google. L’obiettivo è aprire alcune capacità di Android ai servizi AI concorrenti, così da offrire a soluzioni esterne un accesso più vicino a quello garantito oggi a Gemini.
In pratica, Bruxelles vuole evitare che Google usi Android per dare un vantaggio strutturale alla propria AI. Per la Commissione, più accesso significa più concorrenza, più innovazione e più scelta per gli utenti.
Per Google, invece, questa apertura può creare rischi seri. E su questo punto Apple ha deciso di intervenire, pur parlando di una piattaforma rivale.
Apple e Google contro l’apertura forzata
La proposta europea riguarda l’interazione tra servizi AI di terze parti e funzioni chiave di Android. Un assistente concorrente potrebbe quindi dialogare più a fondo con le app presenti sul telefono, eseguire azioni e usare capacità oggi più integrate con Gemini.
La Commissione vede questa apertura come un modo per dare a tutti gli sviluppatori AI una possibilità reale di competere. Il mercato degli assistenti intelligenti si muove in fretta, e chi controlla il sistema operativo parte con un vantaggio enorme.
Google però non condivide questa lettura. L’azienda sostiene che Android sia già un ecosistema aperto e che i produttori abbiano margini ampi per personalizzare l’esperienza AI sui propri dispositivi.
Apple, nelle osservazioni inviate alla Commissione, ha rafforzato questa posizione. Secondo la società, un accesso troppo esteso ai servizi e alle funzioni di sistema può mettere in difficoltà privacy, sicurezza, integrità del dispositivo e prestazioni.
Apple e Google vedono un rischio privacy
Il passaggio più delicato riguarda i dati personali. Se un servizio AI esterno ottiene un accesso profondo ad Android, potrebbe interagire con app usate per inviare email, condividere foto, ordinare cibo o gestire informazioni personali.
Qui nasce la critica principale. Un assistente AI non si limita a leggere un comando: interpreta contesto, richieste, contenuti e obiettivi dell’utente. Inoltre, i modelli AI restano sistemi in evoluzione, con comportamenti non sempre prevedibili in ogni scenario.
Apple insiste proprio su questo aspetto. L’azienda teme che regole scritte in tempi rapidi possano sostituire valutazioni tecniche maturate in anni di sviluppo. Per Cupertino, aprire troppo e troppo in fretta può indebolire l’intero equilibrio tra funzioni smart e protezione dell’utente.
La posizione non sorprende. Apple difende da anni un modello molto controllato, soprattutto su iPhone, e usa spesso privacy e sicurezza come argomenti centrali contro l’apertura forzata dei propri sistemi.
Il DMA entra nel terreno dell’intelligenza artificiale
Il DMA nasce per ridurre il vantaggio delle grandi piattaforme digitali e rendere i mercati più contendibili. Finora lo scontro ha riguardato app store, browser, motori di ricerca, sistemi di pagamento e servizi preinstallati.
Ora però la partita si sposta sull’AI. È un passaggio importante, perché gli assistenti intelligenti non sono semplici app. Possono diventare il livello principale con cui l’utente usa il telefono, cerca informazioni, avvia azioni e interagisce con servizi esterni.
Se Gemini resta più integrato degli altri assistenti su Android, Google mantiene una posizione privilegiata. Se invece tutti gli assistenti ottengono accesso profondo al sistema, aumenta la concorrenza, ma crescono anche i rischi tecnici.
È qui che lo scontro diventa più complesso. L’UE guarda al mercato. Apple e Google guardano al controllo della piattaforma, alla sicurezza e anche ai propri interessi industriali.
Apple difende Google, ma guarda anche a se stessa
Il sostegno di Apple a Google non nasce da simpatia improvvisa. Cupertino ha un interesse diretto nella vicenda, perché affronta da tempo pressioni simili in Europa.
Il DMA ha già obbligato Apple ad aprire iOS a marketplace alternativi, pagamenti esterni e forme di interoperabilità che l’azienda ha sempre guardato con diffidenza. Per questo, la posizione sul caso Google diventa anche un messaggio politico.
Apple sembra dire una cosa precisa: se l’Europa impone aperture profonde sui sistemi operativi, il rischio non riguarda solo Android. Domani potrebbe riguardare ancora di più iPhone, iPad e Mac.
Quindi Apple difende Google, ma protegge anche il proprio modello. Un modello basato su controllo stretto, integrazione verticale e gestione diretta dell’esperienza utente.
La sfida tra concorrenza e sicurezza
La Commissione Europea vuole impedire che l’AI mobile nasca già dominata dai proprietari dei sistemi operativi. È una preoccupazione comprensibile, perché Android e iOS rappresentano le porte principali di accesso allo smartphone.
Allo stesso tempo, l’accesso profondo ad app, dati e funzioni di sistema non può funzionare come una semplice apertura tecnica. Gli assistenti AI possono agire, generare contenuti, leggere contesto e collegare servizi diversi. Per questo servono limiti precisi, controlli rigorosi e responsabilità ben definite.
La vera domanda è quindi meno semplice di quanto sembri: come si apre un sistema operativo all’AI senza trasformare lo smartphone in un ambiente più fragile?
Apple e Google spingono sul rischio privacy e sicurezza. L’UE spinge su concorrenza e innovazione. In mezzo ci sono gli utenti europei, che potrebbero ottenere più scelta, ma anche nuovi dubbi sulla gestione dei propri dati.
Nei prossimi mesi la Commissione dovrà decidere quanto spingersi avanti. Il caso Android potrebbe diventare il primo grande banco di prova europeo per regolare l’AI dentro gli smartphone, non solo come servizio cloud, ma come parte viva del sistema operativo.