Cosa rappresentano gli ISO in fotografia?

Quando si inizia a fotografare, ci si imbatte subito in una parola che ricorre ovunque: ISO.

Acronimo di International Organization for Standardization, è un parametro che indica uno dei tre pilastri dell’esposizione, insieme a tempo di posa e apertura e… spesso è anche quello meno intuitivo da comprendere.

Quanto segue non vuole assolutamente essere un trattato tecnico: è una breve guida introduttiva. Se questo argomento ti appassiona, ci sono tantissime risorse che meritano una visita: blog specializzati, canali YouTube dedicati, libri e riviste di settore.

A cosa serve modificare questo parametro?

Gli ISO, permettono di regolare la sensibilità del sensore alla luce. O meglio ancora, rappresentano il parametro che amplifica il segnale della luce catturata dal sensore. Aumentando il valore ISO dal menu della fotocamera o dello smartphone, otteniamo scatti più luminosi. Come detto all’inizio, il valore rappresentato da questo settaggio, insieme al tempo di posa e all’apertura del diaframma determina, in gran parte, la qualità finale di una immagine.

Prima del digitale, la sensibilità era indicata in ASA (American Standards Association). Le pellicole ad ASA elevato erano più adatte alle scene buie, ma introducevano più “grana”. Il concetto è rimasto lo stesso, ma oggi tutto avviene elettronicamente.

L ’intervallo ISO più comune va da 100 a 6400, ma le fotocamere professionali possono raggiungere valori molto più elevati, dell’ordine di centinaia di migliaia. Ogni volta che questo valore raddoppia, dovremmo ottenere una sensibilità tale da poter “giocare” con la velocità dell’otturatore (tempo di posa) o l’apertura del diaframma.

ISO e rumore digitale

A parità di impostazioni, scattare ad ISO 800 produce un’immagine più luminosa rispetto a ISO 400. In generale, un ISO basso di 100-200 si abbina ad ambienti ben illuminati, mentre un ISO da 800 in su, è utile in condizioni di scarsa illuminazione. Tuttavia questo aumento comporta un effetto collaterale: il rumore digitale che si traduce in una “grana” con riduzione della nitidezza dello scatto. E’ un pò come quando si alza il volume della radio e si corre il rischio di perdere la limpidezza della voce o delle note musicali.

In soldoni, il rumore deriva da interferenze elettriche tra i fotositi (i pixel) del sensore. Più sono piccoli e numerosi, maggiore è la probabilità di interferenze. Per questo i sensori di dimensioni ridotte, e con molti megapixel, tendono a generare più rumore rispetto ai sensori più grandi. Qui lo spazio tra i pixel riduce l’impatto dell’amplificazione del segnale. In realtà ci sarebbero anche altri fattori incidenti, come l’innalzamento della temperatura a livello dell’hardware.

Esistono fondamentalmente due tipi di rumore: di luminanza e di crominanza. Il primo genera un effetto con macchie tipo “sale e pepe”, il secondo causa puntini e macchie colorate.

Va anche detto che, in alcune situazioni, un po’ di rumore digitale non compromette affatto il valore dello scatto. Anzi, può persino aggiungere atmosfera, soprattutto in fotografia notturna, di reportage o con il bianco e nero. L’ importante è saperlo riconoscere e gestire, senza timore.


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