Disney usa AI per clonare Dwayne Johnson

Disney usa AI per clonare Dwayne Johnson

Disney e l’AI: la clonazione digitale di Dwayne Johnson

Disney ha tentato di clonare Dwayne Johnson con l’intelligenza artificiale. Lo rivela un’inchiesta del Wall Street Journal, che descrive un progetto tanto ambizioso quanto controverso. Per alcune scene del live-action di Moana, Tanoai Reed, cugino e controfigura di Johnson, avrebbe dovuto interpretare alcune sequenze fisiche. Il volto dell’attore sarebbe stato poi ricreato digitalmente usando la tecnologia AI di Metaphysic, creando un “digital double”.

Johnson aveva dato il proprio consenso, ma le implicazioni legali e contrattuali hanno frenato Disney. Gli avvocati della compagnia si sono trovati di fronte a una valanga di problematiche: tutela dei dati biometrici, proprietà dell’immagine, diritti sindacali. La decisione finale è stata drastica. Nonostante mesi di trattative e sviluppo, nessuna scena con il volto generato da AI di Johnson sarà presente nel film.

Il progetto, se portato a termine, avrebbe permesso all’attore di “essere in due posti contemporaneamente”. Ma per Disney, il rischio legale e reputazionale ha superato il beneficio tecnico.

Un colosso diviso tra innovazione e precauzione

Il caso Moana non è isolato. Secondo oltre 20 fonti interne ed esterne, Disney è combattuta tra il desiderio di innovare con l’AI e la paura di farlo male. Le opportunità sono evidenti: velocità, efficienza, creatività. Ma i rischi legali, etici e contrattuali sono altrettanto concreti. Soprattutto quando si lavora con attori tutelati da sindacati, come WGA e SAG-AFTRA.

Emblematico è il caso di Tron: Ares, film in uscita a ottobre e incentrato proprio sull’AI. Disney aveva pensato di utilizzare una vera intelligenza artificiale per generare le battute di Bit, un personaggio secondario. L’AI avrebbe risposto in tempo reale alle domande dell’attore principale, Jeff Bridges, generando dialoghi dal vivo. Una trovata innovativa, ma abbandonata per paura di scatenare polemiche durante le delicate trattative sindacali.

Anche in passato Disney ha avuto timore di rivelare l’uso di nuove tecnologie. Quando nel 1989 impiegò Pixar per alcune animazioni de La Sirenetta, scelse di non informare il pubblico, temendo di “rompere la magia” dell’animazione tradizionale.

Il paradosso dell’AI: opportunità creativa o buco nero legale?

Disney ha investito 1,5 miliardi di dollari in Epic Games, ideatore di Fortnite, per creare un mondo interattivo dove i fan possano esplorare i franchise più amati, da Marvel ad Avatar. Ma anche qui, l’AI ha generato caos. Un esperimento con un bot AI di Darth Vader ha portato a risultati imbarazzanti: in pochi minuti, i giocatori sono riusciti a farlo imprecare con la voce di James Earl Jones.

E non finisce qui. Se un utente di Fortnite crea un balletto virale in cui Spider-Man e Darth Vader ballano su YouTube, chi detiene i diritti di quella coreografia? L’utente? Disney? Epic Games? Domande che oggi non hanno risposte semplici, ma che condizionano ogni decisione strategica.

Il capo della divisione legale di Disney, Horacio Gutierrez, ha riassunto bene il dilemma: “L’AI sarà trasformativa, ma non deve essere senza regole. Noi vogliamo esserci anche tra 100 anni”.

AI e creatività: dove finisce la magia, dove inizia l’automazione?

Il dilemma dell’AI non è più solo tecnico, ma filosofico. Disney ha costruito il suo impero sulla narrazione, sull’emozione, sull’illusione. Integrare algoritmi generativi rischia di spezzare il patto invisibile con lo spettatore, che accetta l’incanto solo finché resta umano.

Le tecnologie come Metaphysic promettono di moltiplicare la presenza degli attori, generare scene altrimenti impossibili, velocizzare la produzione. Ma ogni passo in questa direzione impone nuove regole, nuovi contratti, nuove riflessioni etiche. E, soprattutto, una domanda centrale: quanto resta “Disney” una storia generata dall’intelligenza artificiale?

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