L’allarme sull’AI arriva in Borsa: crollano SoftBank, Samsung e i titoli dei chip
Il dibattito sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale non riguarda più soltanto laboratori e governi. L’AI in Borsa diventa un fattore concreto: SoftBank ha perso fino al 13,2%, mentre SK Hynix, Samsung, TSMC e altri protagonisti della filiera dei semiconduttori hanno subito forti vendite.
Finora le richieste di rallentare lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati erano state soprattutto un confronto tra ricercatori, aziende e politica. Lunedì 14 settembre il discorso è arrivato però direttamente sui mercati finanziari, colpendo alcune delle società che hanno beneficiato maggiormente del boom dell’AI.
Le vendite sono partite dall’Asia. SoftBank, uno dei principali investitori legati a OpenAI, ha perso fino al 13,2% durante gli scambi a Tokyo. Kioxia ha toccato un ribasso del 9,8%, mentre la pressione si è rapidamente estesa ai produttori di semiconduttori e alle aziende della filiera.
Non significa che il mercato abbia improvvisamente smesso di credere nell’intelligenza artificiale. Il segnale è però interessante: per la prima volta le richieste di rallentamento avanzate dagli stessi protagonisti del settore stanno facendo nascere dubbi anche sulla quantità di denaro che continuerà a essere investita nelle infrastrutture necessarie per far crescere l’AI.
AI in Borsa: SoftBank guida le vendite
Il movimento più evidente è arrivato da SoftBank, fortemente esposta alla crescita dell’intelligenza artificiale attraverso investimenti e partecipazioni nel settore.
Il titolo è arrivato a perdere fino al 13,2%, mentre il produttore di memorie Kioxia ha inizialmente ceduto il 9,8%. Tokyo Electron, uno dei nomi più importanti nella fornitura di apparecchiature per la produzione di semiconduttori, ha registrato a sua volta una forte correzione.
La debolezza non è rimasta confinata al Giappone. A Taiwan TSMC è scesa di circa l’1,2%, mentre in Corea del Sud SK Hynix ha perso oltre il 6% nella fase più negativa della seduta. Anche Samsung Electronics è stata coinvolta nelle vendite.
Sono aziende molto diverse tra loro, ma unite da un elemento comune: una parte crescente delle aspettative sui loro ricavi è collegata agli enormi investimenti in server, memorie, acceleratori e data center dedicati all’intelligenza artificiale.
Amodei chiede di rallentare, Altman e Musk concordano
A innescare il nuovo nervosismo sono state le dichiarazioni di Dario Amodei, CEO di Anthropic, che ha chiesto alle aziende impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale più avanzata di ridurre la velocità con cui vengono aumentate le capacità dei modelli.
La posizione ha trovato il sostegno pubblico di Sam Altman, CEO di OpenAI, e Elon Musk, alla guida di xAI. Il messaggio è significativo proprio perché arriva da persone che partecipano direttamente alla corsa tecnologica.
Le preoccupazioni riguardano soprattutto l’utilizzo improprio di sistemi sempre più autonomi, la sicurezza informatica e la difficoltà di mantenere il controllo su modelli capaci di svolgere compiti complessi con un intervento umano sempre più ridotto.
Non si parla necessariamente di fermare lo sviluppo dell’AI. La richiesta è piuttosto quella di introdurre maggiori verifiche e procedere con più cautela prima di aumentare ulteriormente le capacità dei sistemi più potenti.
Perché l’AI in Borsa reagisce così violentemente
Qui entra in gioco la parte economica della storia.
Negli ultimi anni aziende tecnologiche, produttori di semiconduttori e operatori dei data center hanno annunciato investimenti enormi per sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale. Le valutazioni di molte società incorporano quindi l’aspettativa che la domanda di potenza di calcolo continui ad aumentare rapidamente.
Se lo sviluppo dei modelli dovesse rallentare, oppure se nuove norme imponessero maggiori limiti, anche la crescita della domanda di chip potrebbe diventare meno aggressiva.
Ed è questo scenario che gli investitori stanno iniziando a valutare.
Il problema riguarda soprattutto gli investimenti già programmati. Data center, capacità energetica, contratti di fornitura e nuovi impianti produttivi richiedono miliardi di dollari e vengono pianificati con anni di anticipo. Se la richiesta di capacità di calcolo crescesse meno del previsto, una parte di questi investimenti potrebbe diventare più difficile da giustificare.
Non è ancora la fine del boom dell’intelligenza artificiale
Una singola seduta non basta naturalmente per parlare di inversione del ciclo.
La competizione tra OpenAI, Anthropic, Google, Microsoft, Meta, xAI e le aziende cinesi rimane fortissima. Allo stesso tempo, i grandi gruppi tecnologici continuano a investire cifre enormi nella costruzione di infrastrutture AI.
Anche una maggiore regolamentazione non comporterebbe necessariamente un crollo della domanda. Potrebbe semplicemente cambiare il modo in cui vengono sviluppati e distribuiti i modelli più avanzati.
Inoltre, la debolezza dei mercati asiatici di lunedì non può essere attribuita esclusivamente all’AI. Sul sentiment degli investitori hanno pesato anche le nuove tensioni in Medio Oriente, il rialzo del petrolio e le aspettative sulle prossime decisioni delle banche centrali.
Il dibattito sulla sicurezza adesso vale miliardi
Resta però un cambiamento interessante rispetto alle settimane precedenti.
Quando si parlava dei rischi dell’intelligenza artificiale, il dibattito poteva apparire distante dai conti delle aziende. Ora gli investitori stanno iniziando a chiedersi quanto una maggiore cautela possa incidere sulla crescita futura dell’intera filiera.
Ed è probabilmente questa la vera notizia del 14 settembre.
L’allarme sull’AI è arrivato in Borsa e il mercato ha dimostrato quanto siano elevate le aspettative accumulate intorno al settore. Quando le valutazioni presuppongono una crescita continua della capacità di calcolo, anche la semplice possibilità di rallentare può provocare vendite molto violente.
Non significa che la corsa all’intelligenza artificiale sia finita. Significa però che sicurezza, regolamentazione e sostenibilità degli investimenti non sono più discussioni separate dal business.
Da oggi fanno parte dello stesso conto.