Musei e dati tra innovazione, arte e privacy
Il rapporto tra musei e dati sta cambiando il modo di vivere l’arte. Uno studio condotto al Van Gogh Museum ha analizzato 25.000 visite, mostrando come posizione delle opere e guide digitali possano influenzare percorsi, attenzione e durata dell’esperienza.
I musei non sono più soltanto luoghi di conservazione. Sempre più istituzioni vogliono diventare spazi di incontro, discussione e partecipazione.
Per raggiungere questo obiettivo usano anche dati, applicazioni e guide multimediali. Questi strumenti aiutano a capire come il pubblico si muove tra le sale.
Le informazioni raccolte possono migliorare percorsi, accessibilità e organizzazione. Allo stesso tempo, aprono nuove domande sulla privacy e sull’influenza esercitata sui visitatori.
Un suggerimento digitale può infatti cambiare il percorso di una persona. Può portarla verso un capolavoro famoso oppure verso un’opera meno conosciuta.
Musei e dati ridisegnano i percorsi
Il Van Gogh Museum di Amsterdam ha lavorato per diversi anni con ricercatori provenienti da importanti business school.
Lo studio principale ha analizzato il comportamento dei visitatori tra il 2019 e il 2021. I ricercatori hanno selezionato 25.000 visite da un archivio complessivo di 1,5 milioni.
L’analisi ha utilizzato i dati delle guide multimediali. Ha incluso anche posizione, dimensioni e caratteristiche artistiche delle opere.
La collezione del museo comprende oltre 4.600 lavori. Circa 200 vengono esposti nello stesso momento.
I ricercatori hanno studiato quale opera veniva scelta dopo la precedente. Hanno inoltre osservato i cambi di piano, gli spostamenti tra le sale e la conclusione della visita.
La posizione fisica delle opere ha avuto un ruolo importante. Anche l’ordine mostrato dalla guida digitale ha influenzato il percorso.
Molti utenti hanno seguito i suggerimenti nell’ordine proposto. Persino piccoli cambiamenti nella sequenza hanno modificato il traffico nelle sale.
Musei e dati: il modello prevede le scelte dei visitatori
Il modello sviluppato dai ricercatori si chiama pathway multinomial logit, abbreviato in pathway MNL.
Il sistema analizza ogni scelta come una valutazione tra diverse possibilità. Il visitatore può osservare un’altra opera, cambiare piano oppure terminare il percorso.
Gli autori precisano che il modello non dimostra un rapporto diretto di causa ed effetto. Le associazioni emerse offrono comunque indicazioni utili per i musei.
Durante i test, il sistema ha previsto con un’accuratezza del 63% i passaggi tra un’opera e quella successiva.
Ha raggiunto l’81% nel prevedere la possibilità di arrivare a una specifica opera. L’accuratezza è salita al 96% per l’abbandono della visita.
Questi risultati possono aiutare i responsabili a simulare nuove disposizioni. Non serve spostare subito dipinti fragili oppure molto preziosi.
Il museo può provare diverse configurazioni in forma digitale. In seguito può scegliere quelle capaci di migliorare la visita senza compromettere il racconto curatoriale.
Musei e dati: il tempo modifica il modo di guardare l’arte
I dati hanno mostrato anche alcuni comportamenti ricorrenti.
I visitatori cercano varietà nelle dimensioni delle opere e nei periodi storici. Allo stesso tempo, tendono a seguire argomenti e soggetti simili.
Il tempo disponibile cambia le priorità. Con il passare dei minuti, le persone scelgono più spesso i capolavori conosciuti.
Il pubblico sembra quindi voler evitare di lasciare il museo senza aver visto le opere più famose.
Anche l’affollamento produce effetti inattesi. Fino a una certa soglia, la presenza di altre persone può aumentare l’interesse verso un dipinto.
Una piccola folla può funzionare come segnale di qualità. Il visitatore pensa che quell’opera meriti attenzione perché molti si sono fermati davanti.
Il traffico può però creare problemi nelle zone di passaggio. Scale, ascensori e corridoi rischiano di diventare punti nei quali l’attenzione si disperde.
Secondo le simulazioni, spostare le opere più attraenti da queste aree potrebbe aumentare il numero complessivo di lavori osservati.
Musei e dati nascosti nelle guide digitali
Le guide multimediali generano una grande quantità di informazioni. Spesso, però, i musei non riescono a sfruttarle pienamente.
Nel 2023, il 36% dei circa 4.600 visitatori giornalieri del Van Gogh Museum prenotava una guida multimediale.
Durante il periodo dello studio, la percentuale si fermava tra il 25% e il 31%. Il dato resta elevato rispetto a molte altre istituzioni.
Nello stesso periodo, l’utilizzo medio dei tour a pagamento nel settore era vicino al 10%.
Le guide possono mostrare quali contenuti vengono aperti. Possono inoltre indicare durata dell’ascolto, ordine delle scelte e momenti di abbandono.
Molti musei richiedono sistemi di analisi, ma poi consultano raramente i risultati. Spesso mancano personale, competenze e tempo.
La situazione sta comunque cambiando. I team digitali crescono e le collaborazioni con università e aziende diventano più frequenti.
Nel 2025, il Van Gogh Museum ha presentato una nuova versione del proprio tour multimediale. Il progetto ha utilizzato anche le informazioni emerse dagli studi sul comportamento dei visitatori.
La personalizzazione può ampliare la visita
I dati permettono di creare consigli personalizzati.
Una guida può proporre opere in base al tempo disponibile. Può anche seguire un periodo storico, un soggetto oppure un preciso racconto.
Le raccomandazioni possono cambiare durante la giornata. Un museo potrebbe suggerire percorsi alternativi quando una sala diventa troppo affollata.
Le reti tra istituzioni possono inoltre proporre opere conservate in musei differenti. La visita non termina più necessariamente all’interno di un solo edificio.
Questa possibilità può aiutare il pubblico a scoprire artisti meno conosciuti. Può anche rendere più accessibili collezioni molto grandi.
Gli esperti invitano però a non mostrare soltanto ciò che una persona dovrebbe già apprezzare.
L’arte può sorprendere, disturbare e mettere in discussione idee consolidate. Un sistema basato soltanto sulle preferenze passate rischia di eliminare questa parte dell’esperienza.
Musei e dati possono influenzare i gusti
I musei hanno sempre deciso quali opere esporre e come raccontarle. Le guide digitali rendono questa influenza più precisa e misurabile.
L’ordine dei suggerimenti può spostare migliaia di persone verso una sala. Una notifica può aumentare l’attenzione su un artista.
Questa capacità porta con sé una responsabilità culturale. Le istituzioni devono decidere se confermare i gusti esistenti oppure proporre qualcosa di inatteso.
Le raccomandazioni troppo prevedibili possono rafforzare sempre gli stessi nomi. Il rischio è mantenere intatto il canone, lasciando poco spazio a opere e artisti meno famosi.
La soluzione potrebbe essere offrire diverse alternative. Il visitatore conserva così la libertà di scegliere, ma riceve strumenti per orientarsi.
I percorsi potrebbero essere organizzati per tempo, curiosità oppure filo narrativo. Non servirebbe creare una sola esperienza considerata perfetta per tutti.
Una personalizzazione eccessiva può anche trasmettere una sensazione di perdita. Chi sceglie un percorso potrebbe temere di aver escluso opere importanti.
Privacy e tracciamento dentro i musei
La raccolta dei dati solleva anche un problema di privacy.
Durante una visita si possono generare informazioni sulle opere osservate, sul tempo trascorso davanti a ciascun lavoro e sugli spostamenti.
Tecnologie più avanzate possono rilevare persino dove si concentra lo sguardo.
Questi dati aiutano a comprendere il comportamento del pubblico. Possono però rivelare interessi, abitudini e preferenze personali.
I musei devono quindi spiegare cosa raccolgono e per quale motivo. Devono anche proteggere le informazioni e limitare l’uso ai reali obiettivi del progetto.
La trasparenza diventa ancora più importante quando vengono usati smartphone, sensori e servizi esterni.
Non tutti vogliono una visita guidata dagli algoritmi. Molte persone preferiscono muoversi liberamente e incontrare le opere senza suggerimenti continui.
La tecnologia dovrebbe quindi restare una possibilità. Non dovrebbe trasformarsi in un percorso obbligatorio.
Intelligenza artificiale, AR e accessibilità
L’innovazione coinvolge anche la presentazione e la conservazione delle opere.
Realtà aumentata e realtà virtuale possono mostrare livelli nascosti oppure ricostruire l’aspetto originale di un lavoro.
Gli smart glasses potrebbero ridurre il bisogno di tenere lo smartphone in mano. Il visitatore riceverebbe informazioni senza allontanare lo sguardo dall’opera.
L’intelligenza artificiale viene già usata per analizzare collezioni, questionari, commenti social e dati operativi.
Può inoltre sostenere la conservazione e il restauro virtuale. Alcuni modelli generano descrizioni testuali delle immagini, migliorando l’accessibilità.
Le istituzioni restano più caute sull’AI generativa. Poche realtà vogliono affidarle un vero ruolo curatoriale.
Restano infatti dubbi su accuratezza, interpretazione e rispetto dell’integrità artistica.
Oltre 70.000 disegni per riscoprire Munch
Un esempio interessante arriva dal museo MUNCH di Oslo.
La mostra New Snow, proposta tra il 2024 e il 2025, invitava i visitatori a creare un proprio disegno.
Il sistema confrontava poi l’immagine con gli schizzi realizzati da Edvard Munch. Infine mostrava il lavoro della collezione più vicino a quello del visitatore.
Il progetto ha prodotto oltre 70.000 disegni.
L’esperienza ha permesso di mostrare virtualmente opere fragili, esposte raramente. Allo stesso tempo, ha creato una relazione personale con la collezione.
Questo esempio mostra come tecnologia e creatività possano lavorare insieme. Il visitatore non riceve soltanto informazioni, ma partecipa al percorso.
La creatività deve guidare la tecnologia
I musei non vogliono diventare macchine progettate soltanto per aumentare permanenza e numero di opere osservate.
Una visita culturale non può essere valutata soltanto attraverso percentuali e previsioni.
I dati possono aiutare a costruire racconti più efficaci. Devono però restare al servizio delle opere e del pubblico.
La tecnologia funziona quando risponde a una necessità concreta. Una nuova funzione non diventa utile soltanto perché appare moderna.
Personalizzazione, intelligenza artificiale e guide digitali possono ampliare l’esperienza. Devono però rispettare libertà, privacy e capacità di sorprendere.
Il futuro dei musei sarà probabilmente più digitale. La storia, la creatività e l’incontro diretto con l’arte dovranno comunque restare al centro.