Perplexity condivide chat con Meta e Google
Perplexity condivide chat con Meta e Google: è questa l’accusa contenuta in una nuova class action avviata negli Stati Uniti contro la piattaforma di AI search. Il caso tocca un punto molto delicato, perché riguarda sia gli utenti registrati sia chi usa il servizio senza account.
Secondo la denuncia, Perplexity avrebbe trasmesso a terzi grandi quantità di dati legati alle conversazioni, comprese informazioni personali identificabili. Il passaggio più grave riguarda però la modalità Incognito, che secondo l’accusa non proteggerebbe davvero la privacy degli utenti.
Perplexity condivide chat anche in modalità Incognito
La parte più pesante della causa è proprio questa. L’accusa sostiene che anche quando un utente attiva la modalità Incognito, le conversazioni continuano a essere condivise con Meta e Google.
Il linguaggio usato nella denuncia è molto duro e descrive questa funzione come una copertura solo apparente. In pratica, secondo i ricorrenti, chi sceglieva Incognito pensava di tenere private le proprie richieste, ma in realtà non avrebbe ottenuto la protezione promessa.
Il caso riguarda anche utenti senza account
Un altro aspetto importante è che la causa non si limita agli abbonati o agli utenti registrati. La denuncia sostiene che la raccolta e la condivisione dei dati avrebbero coinvolto anche chi non aveva creato un account Perplexity.
Questo allarga parecchio la portata del caso. Significa infatti che il problema, se confermato, non toccherebbe solo utenti paganti o profili identificati, ma anche persone convinte di usare il servizio in modo più leggero e anonimo.
Perplexity condivide chat: le accuse parlano di dati personali e URL accessibili a terzi
Secondo quanto riportato, gli strumenti usati per analizzare il comportamento del sito avrebbero mostrato che i prompt iniziali vengono sempre condivisi. Lo stesso varrebbe per le domande di follow-up suggerite da Perplexity e poi selezionate dall’utente.
Per gli utenti non registrati, la denuncia parla anche della creazione di URL attraverso cui l’intera conversazione potrebbe essere accessibile a terzi come Meta e Google. In più, il testo della causa sostiene che nei dati condivisi comparirebbero anche elementi personali identificabili, compresi indirizzi email e altri identificatori.
Perplexity finisce dentro un caso privacy molto serio
Qui il problema diventa subito legale e reputazionale. Se una piattaforma AI promette una modalità privata o Incognito, l’utente si aspetta una separazione reale tra la propria conversazione e la circolazione dei dati verso soggetti esterni.
Per questo la vicenda è molto delicata. Non si parla di una funzione secondaria o di un dettaglio nascosto nel codice. Si parla del rapporto di fiducia tra utente e piattaforma, soprattutto quando nelle chat possono finire dati su finanze, salute, famiglia, lavoro o tasse.
Perplexity per ora contesta il quadro
Dalle ricostruzioni emerse, Perplexity avrebbe fatto sapere di non essere stata ancora formalmente notificata al momento delle prime richieste dei media e di non essere quindi in grado di verificare in dettaglio le accuse.
Questo passaggio è importante perché la vicenda, al momento, resta un’accusa contenuta in una causa e non una violazione già accertata in tribunale. Però il contenuto della denuncia basta già da solo a sollevare un tema molto ampio sulla privacy nei motori AI conversazionali.
Il caso va oltre Perplexity
La vicenda colpisce Perplexity in modo diretto, ma il tema è più grande. Sempre più persone usano chatbot e motori AI per fare domande personali, cercare consigli o affrontare temi sensibili. Di conseguenza, la gestione delle conversazioni e dei tracker diventa una questione molto più seria rispetto a quella di un normale sito web.
Qui emerge un punto semplice: quando una piattaforma AI invita l’utente ad approfondire, conversare e condividere più contesto, allora deve anche essere molto chiara su cosa accade a quei dati.
Perplexity condivide chat: adesso il nodo è la trasparenza
Alla fine la questione centrale è questa: Perplexity condivide chat con soggetti terzi secondo la causa, e lo avrebbe fatto senza informare in modo adeguato gli utenti e senza garantire la protezione promessa dalla modalità Incognito.
Adesso sarà il percorso legale a stabilire quanto queste accuse siano fondate. Però una cosa è già evidente: il caso riporta al centro il tema della trasparenza nei prodotti AI, soprattutto quando entrano in gioco conversazioni personali e aspettative di riservatezza molto alte.