Ferrari Luce: gli interni di Jony Ive e il design che divide i puristi
Fino al 2019, la matita di Jony Ive ha disegnato i sogni tecnologici di milioni di utenti, definendo l’estetica minimale e funzionale dei prodotti di Cupertino. Dopo il suo addio al colosso californiano, la sua creatività non si è fermata, trovando una nuova casa nella sua azienda LoveFrom. Oggi, quel linguaggio stilistico così riconoscibile sbarca prepotentemente a Maranello. La nuova Ferrari Luce, mostrata in anteprima lo scorso ottobre, porta la firma del designer inglese nei suoi interni.
Tuttavia, per chi ha il sangue rosso corsa e ama la tradizione meccanica del Cavallino, questo matrimonio tra Silicon Valley e Motor Valley lascia un retrogusto amaro.
Lo “Squircle” invade l’abitacolo: un design troppo asettico?
Se vi siete mai chiesti che aspetto avrebbe avuto la mai nata “Apple Car”, la risposta si trova probabilmente dentro questo nuovo modello. La Ferrari Luce rappresenta un punto di svolta epocale: è la prima vettura completamente elettrica del marchio, abbandonando definitivamente i pistoni per gli elettroni. Per un passaggio così radicale, Maranello ha scelto interni che rompono con il passato, forse troppo.
Il protagonista assoluto dell’abitacolo è lo squircle. Questa forma geometrica ibrida, a metà tra un cerchio e un quadrato, è stata per anni il marchio di fabbrica delle icone delle app su iPhone e della cassa di Apple Watch. Ritrovarla ovunque nella Ferrari Luce, dal volante ai pannelli di controllo, crea un effetto straniante. Per noi appassionati, abituati a interni che trasudano aggressività sportiva e connessione meccanica, queste linee morbide e levigate appaiono quasi asettiche. Sembra di sedersi all’interno di un enorme gadget elettronico piuttosto che nell’abitacolo di una supercar nata per divorare l’asfalto.

Tecnologia Samsung e il paradosso del contagiri
La filosofia di Jony Ive e del suo team di oltre 60 persone in LoveFrom si distanzia dall’approccio “tutto touch” di Tesla, preferendo mantenere una certa fisicità. Una scelta che, in teoria, dovremmo apprezzare per evitare distrazioni alla guida, ma l’esecuzione solleva dubbi sull’anima della vettura. Al centro della plancia spicca un display OLED da 10,2 pollici, fornito da Samsung, che funge da centro di controllo.
Sotto questo schermo troviamo una serie di pulsanti fisici in alluminio, rifiniti con quella precisione maniacale tipica dei prodotti Apple. Tuttavia, è la strumentazione dietro il volante a far discutere i puristi. Qui troviamo due pannelli OLED sovrapposti che creano un effetto di profondità. Al centro di questo palcoscenico digitale c’è una lancetta fisica che funge da “spartiacque”. La sua funzione? Simulare un contagiri. In un’auto elettrica, priva di cambio e di un motore termico che urla verso la zona rossa, inserire un finto contagiri analogico appare come un tentativo nostalgico di replicare un’emozione che la tecnologia stessa ha cancellato.

Gadget o innovazione? La chiave e-ink e il lancio
L’invasione tecnologica non si ferma alla plancia ma arriva fino alla tasca del proprietario. La chiave della Ferrari Luce introduce una novità assoluta: al suo interno è presente un particolare inchiostro con tecnologia e-ink, simile a quella dei lettori di ebook.
Quando la chiave viene inserita nel suo alloggio dedicato all’interno dell’auto, l’inchiostro reagisce cambiando colore. Si tratta indubbiamente di un esercizio di stile affascinante e di una finezza tecnologica notevole. Tuttavia, viene spontaneo chiedersi quanto questo interessi davvero al cliente Ferrari tradizionale, che solitamente cerca emozioni dinamiche più che effetti speciali da fiera dell’elettronica.
Secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato Benedetto Vigna, i preordini per la Ferrari Luce si apriranno a marzo. Per vedere la vettura in tutto il suo splendore (o nella sua controversa modernità) bisognerà attendere il “reveal” completo previsto per maggio.
Un’identità diluita nel design
L’impressione generale è che la Ferrari Luce rischi di essere una vettura tecnicamente ineccepibile ma emotivamente distante. L’intervento di Jony Ive ha indubbiamente pulito le linee e portato un ordine quasi zen nell’abitacolo, ma ha anche rimosso quella “sporcizia” meccanica che rendeva le Ferrari vive.
Per chi ama la tecnologia, questi interni sono un capolavoro di integrazione e stile. Per noi che siamo cresciuti con il mito dei cilindri e degli abitacoli ispirati alle corse, vedere lo stile di uno smartphone applicato a una leggenda di Maranello fa male. La sensazione è che l’identità del marchio sia stata leggermente diluita per inseguire una modernità che, forse, non appartiene del tutto al DNA del Cavallino Rampante.
Attendiamo le prossime settimane per il verdetto definitivo, sperando che la strada ci smentisca.