Processo dipendenza social: Meta e Google

Processo dipendenza social: Meta e Google

A Los Angeles è iniziato un processo destinato a pesare, non solo per Meta e Google , il cui tema è diretto: Instagram e YouTube sarebbero stati progettati per creare dipendenza nei minori, con meccaniche di prodotto pensate per trattenere e spingere l’uso dei social.

La parte interessante è il taglio legale : qui non si discute cosa postano gli utenti, si discute come sono costruite le piattaforme, quindi scelte di design, logiche di raccomandazione, feedback continui. È un cambio di campo che può fare scuola.

Processo dipendenza social: perché questo caso è diverso

Il processo ruota attorno a una giovane donna identificata come KGM. Secondo l’accusa, l’esposizione precoce a Instagram e YouTube avrebbe alimentato una dipendenza grave, con ricadute su depressione e pensieri suicidari.

La strategia punta al prodotto: l’accusa parla di funzioni paragonabili a quelle di una slot machine, cioè stimoli ripetuti, premi variabili, spinta a restare dentro. In questo modo si prova a superare i classici “scudi” che per anni hanno protetto le piattaforme quando il tema era il contenuto pubblicato dagli utenti.

E c’è un altro dettaglio: è un caso “pilota”, in pratica serve a impostare tono e precedenti per un numero enorme di cause simili, già pronte o in corso negli Stati Uniti.

Meta e Google: la linea di difesa

Meta e Google respingono le accuse: la difesa insiste su un punto: la salute mentale è multifattoriale, quindi scuola, contesto familiare, pressioni sociali, fragilità pregresse; ridurre tutto a social e algoritmi sarebbe una semplificazione.

In parallelo, le aziende mettono sul tavolo strumenti di sicurezza e controlli parentali introdotti nel tempo e l’obiettivo è mostrare un’evoluzione concreta; dall’altra parte, però, i querelanti sostengono che queste misure restino secondarie rispetto a un modello che guadagna quando l’utente non stacca mai.

Processo dipendenza social: effetti a catena nel mondo

Questo processo arriva mentre diversi governi stanno già alzando il livello : in Australia è entrato in vigore un divieto per gli under 16, con milioni di account disattivati in poche settimane: un segnale forte, piaccia o no.

In Francia è passata una legge per limitare i social sotto i 15 anni, con un impianto che punta su verifica dell’età e responsabilità delle piattaforme.

E c’è un ultimo elemento che fa rumore: nel caso originale risultavano coinvolte anche altre aziende, ma alcune hanno scelto la via dell’accordo. TikTok e Snap avrebbero chiuso con un patteggiamento per cifre non rese pubbliche, evitando il banco degli imputati.

Il punto, alla fine, è semplice: se una giuria dovesse riconoscere che il design è “difettoso” e crea dipendenza, allora cambiano le regole del gioco. Non solo per questi due nomi, ma per l’intero modo in cui i social costruiscono attenzione, crescita e ricavi.

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