Stranger Things lascia il segno

E’ giunto al termine il viaggio quasi decennale di Stranger Things, una delle serie più iconiche in assoluto degli ultimi decenni, non solo tra quelle distribuite da Netflix, ma oserei dire in senso generale.

Un vero e proprio fenomeno di massa che ha saputo unire generi diversi sotto lo stesso tetto, partendo da un periodo storico che non accenna a diminuire il suo fascino straniante: gli anni ’80. 

Con la quinta stagione i Duffer Brothers hanno monopolizzato l’attenzione di giovani e adulti, cercando sia di introdurre nuovi elementi, che di diradare la nebbia dalle numerose trame intrecciate da più o meno tempo.  

Nel giro di circa 1 mese e mezzo gli appassionati hanno potuto assistere all’epica conclusione delle avventure dei propri beniamini, divorando puntata dopo puntata, nonostante la qualità (parere personale) di quest’ultima stagione fosse inferiore alle altre. 

Cosa mi (ci?) lascia quindi Stranger Things? La mia memoria cade subito sull’ultima ora dell’ultima puntata. Giudicata da alcuni come lenta, per me ha rappresentato allo stesso tempo un piacevole e malinconico abbandonarsi alla nostalgia tipica di quando termina un cammino che ti ha coinvolto emotivamente.

[INIZIO SPOILER] L’ultima partita di Dungeons & Dragons, giocata nello scantinato di Mike, è una scena che trovo essere bellissima. In fondo è una rappresentazione della fine della giovinezza e il passaggio di consegne alla nuova generazione. Induce tristezza ma anche speranza. Undici (Eleven) è forse viva? La teoria di Mike può essere presa sul serio? Forse sì, anche se questo vorrebbe dire che Undi (El) sarà costretta a rimanere isolata dai suoi amici, per non attirare su di sé, l’avido interesse dei militari. 

In generale la storia presenta delle incongruenze e lo sviluppo di alcuni personaggi è incompleto. Qualcuno è addirittura scomparso dai radar…(che fine ha fatto il Dr Owens??). La Dr.ssa Kay ad esempio, interpretata dalla immortale Linda Hamilton, così come è stata rappresentata, non ha aggiunto nulla di sostanziale alla storia. Mi sarei aspettato molto di più. E ancora: che fine hanno fatto i demogorgoni, i democani e i demopipistrelli? Gli ultimi, in particolare, sono stati introdotti solo per eliminare il povero Eddie, per poi sparire…[FINE SPOILER]. E ciò solo per citare alcuni esempi.

E’ ormai noto che una parte della trama, solo accennata dalla serie, è inclusa nell’opera teatrale (canonica) Stranger Things: The First Shadow. Ad ogni modo non penso sia accettabile demandare una parte delle spiegazioni ad uno spettacolo che solo una minima parte del pubblico appassionato potrà vedere. 

Stranger Things attinge (spesso bene) a piene mani da altre serie e film del passato. In alcuni casi tramite semplici, amabili citazioni (Ghostbusters, La Cosa, Terminator, ecc…), in altri casi prendendo spunto in maniera meno immediatamente visibile ma pur sempre incisiva (Fringe, Buffy, Alien, IT, Harry Potter, ecc..). Molto di già visto quindi, ma in una veste accattivante senza alcun dubbio.

Per ciò che riguarda i protagonisti ammetto di aver tifato sin da subito per lo scorbutico, granitico, eroico, Hopper. David Harbour mi è piaciuto in questo ruolo, forse anche per una “vicinanza anagrafica”. In effetti, non c’è un personaggio che abbia mal digerito, al netto di qualche antipatia minore. Lo sviluppo che tutti hanno vissuto nel corso degli anni è stato credibile, almeno nei casi principali. Ecco, forse la trasformazione in una sorta di Rambo subita da Nancy Wheeler, non mi ha francamente convinto. 

La colonna sonora ha riproposto brani che hanno fatto la storia della musica internazionale, da Running Up That Hill a Master of Puppets passando per Heroes e altre pietre miliari. Per chi ha vissuto quel periodo, è stato facile immergersi e perdersi tra le note di questi mitici pezzi. 

Stranger Things mi lascia quindi con un ottimo ricordo. Imperfetta ed emozionante celebra al meglio il detto All Good Things must come to an End e consegna ai posteri una manciata di giovani artisti di cui sentiremo parlare.

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