Google censura Blackman? Il bug che fa sparire articoli scomodi dal web

Google censura Blackman? Il bug che fa sparire articoli scomodi dal web

Google dichiara da anni di voler “organizzare le informazioni del mondo”. Ma chi decide quali informazioni meritano davvero di restare online? La Freedom of the Press Foundation ha lanciato un allarme concreto: un bug nei sistemi Google ha permesso di rimuovere articoli scomodi sui motori di ricerca, senza alcuna revisione editoriale e tramite un semplice trucco tecnico. Al centro della vicenda c’è Maury Blackman, oggi CEO di The Transparency Company, una società specializzata in gestione della reputazione online.

Proprio lui, secondo l’inchiesta di Jack Poulson, sarebbe coinvolto in una serie di tentativi per far sparire da Google le notizie sul suo arresto per violenza domestica nel 2021.

Tutto parte da un arresto (poi ritirato) e finisce nei meandri del motore di ricerca

Nel 2023 il giornalista Jack Poulson ha ricostruito, in modo documentato, i fatti legati all’arresto di Blackman nel 2021. Allora a capo di Premise Data Corp., Blackman fu denunciato dalla compagna 25enne, che successivamente ritirò le accuse. Nessuna condanna, ma i dettagli dell’arresto erano pubblici. E sono proprio questi a essere finiti nel mirino.

Nei mesi successivi, il CEO ha provato a usare ogni mezzo possibile: DMCA, querele, richieste di rimozione, senza successo. Ma nel giugno 2025, Poulson si è accorto che l’articolo non compariva più su Google, nemmeno cercandone il titolo esatto.

Non era un caso isolato: anche due articoli Substack dello stesso autore erano scomparsi dai risultati. Il filo conduttore? Un uso distorto dello strumento Refresh Outdated Content.

Refresh Outdated Content: strumento utile o pericolosa backdoor?

Google ha ideato Refresh Outdated Content per aiutare a rimuovere contenuti obsoleti o link non più validi. In teoria, uno strumento utile. Nella pratica, un’arma.

La Freedom of the Press Foundation, investigando con l’aiuto dello stesso Poulson, ha scoperto che un bug permetteva di far deindicizzare contenuti legittimi. Bastava inviare la segnalazione di un link con una variazione nella capitalizzazione del testo nel link (ad esempio “AnAtomy” al posto di “anatomy”). Google lo riconosceva come errore 404, rimuovendo così la versione corretta dell’articolo.

Il risultato? Articoli completi, pubblici e verificati sono spariti dalle ricerche.

Nel caso di Blackman, questo bug è stato sfruttato per cancellare ogni traccia dell’arresto e dei contenuti legati all’inchiesta. Il fatto che oggi ricopra il ruolo di CEO di un’azienda dedicata alla gestione della reputazione digitale aggiunge un retrogusto amaro all’intera vicenda.

Quali rischi per il futuro della trasparenza online?

La storia solleva interrogativi pesanti. Se basta un bug (o un’abile manipolazione) per rimuovere informazioni scomode ma vere, cosa resta del principio di libertà d’informazione?

Il caso Google censura Blackman apre scenari inquietanti: strumenti pensati per migliorare l’esperienza utente possono diventare leve per la rimozione selettiva del dissenso. Oggi colpiscono una singola inchiesta, domani potrebbero essere usati contro interi filoni giornalistici.

La trasparenza algoritmica, la responsabilità delle big tech e il ruolo della stampa indipendente tornano così al centro del dibattito. Soprattutto quando gli interessi di potenti CEO tech si incrociano con i limiti delle piattaforme su cui ormai tutti navighiamo.

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