Ricerca Snapchat sul futuro dello shopping

Nonostante l’attrattiva continua del fast fashion e la convenienza on-demand nel settore del retail, i consumatori di tutto il mondo iniziano a interrogarsi sull’impatto sociale e ambientale di questo settore. Snapchatha quindi realizzato uno studio denominato “Il futuro dello shopping”, condotto da Foresight Factory in dodici Paesi a livello globale (Italia compresa), per fornire un quadro approfondito del panorama degli acquisti in questo momento critico, delineando uno spaccato delle propensioni dei consumatori e delle potenzialità che la tecnologia offre per indirizzare le sfide imposte dal cambiamento climatico. È quindi prioritario ripensare l’attuale modello in ottica più sostenibile e circolare. In questo scenario, realtà aumentata (AR) – che si stima avrebbe potuto evitare il 37% dei resi di capi d’abbigliamento acquistati online nell’ultimo anno – e piattaforme di reselling sono due leve a cui guardare con attenzione nel prossimo futuro.

“La crescita dello shopping online ha indubbiamente avuto un impatto sugli acquisti nei negozi tradizionali nel corso degli ultimi anni, tendenza che si è ulteriormente accelerata durante la pandemia. Era importante arrivare a definire una visione oggettiva di quello che sarà il futuro degli acquisti per retailer e consumatori, perché solo riconoscendo e comprendendo le tendenze in atto i retailer di tutti i tipi e dimensioni potranno sfruttare al meglio il cambiamento positivo che si sta verificando nel comparto degli acquisti,” ha commentato Claire Valoti, VP EMEA di Snap Inc. “Noi di Snap crediamo che la tecnologia possa essere uno strumento abilitante di grande aiuto, che offre l’opportunità di fare cose che non eravamo in grado di fare prima, o di farle meglio. Vediamo un futuro in cui l’esperienza di shopping nei negozi fisici diventerà sempre più “connessa” e interattiva, e crediamo che Internet, un tempo considerato come il grande nemico del commercio nei negozi fisici, sarà inteso maggiormente come uno strumento efficace per riportare le persone nei negozi e al tempo stesso aiutare a indirizzare sfide cruciali per il settore del retail e non solo, come quella ambientale.”

Il reselling per ridurre la produzione di rifiuti

Con la crescente consapevolezza dell’impatto sociale e ambientale del fast fashion, dei rifiuti elettronici e di altri beni di consumo, le piattaforme di reselling offrono l’ulteriore vantaggio di ridurre i rifiuti e contribuire a un’economia circolare. In totale, il 43% dei consumatori italiani è già preoccupato per l’impatto ambientale dello shopping online – percentuale che arriva al 50% della Gen Z – e 1 acquirente su 5 afferma che le ragioni ambientali sono una motivazione per fare shopping sulle piattaforme di reselling.

In Italia le piattaforme di reselling – che consentono ai venditori di creare i propri negozi virtuali e di presentare collezioni uniche, promuovendo anche un’esperienza di shopping più social con messaggi diretti e scambi tra acquirente e venditore – stanno diventando sempre più popolari: basti pensare che il 25% dei consumatori italiani afferma di cercare regolarmente opzioni di seconda mano e il 42% che ha comprato qualcosa attraverso una piattaforma di reselling, percentuale che arriva al 53% tra i millennial. Inoltre, il 34% dei consumatori italiani della Gen Z ha anche venduto un prodotto tramite tali piattaforme, con un ulteriore 43% interessato a farlo in futuro.

I beni di seconda mano e le piattaforme di reselling non vengono percepiti in modo negativo e permettono agli acquirenti esperti di risparmiare denaro e di contribuire all’economia circolare. Inoltre, l’uso crescente di tali piattaforme fornisce opportunità ai retailer consolidati di generare nuovi flussi di reddito attraverso piattaforme raccomandate dai brand, così come alle PMI e ai singoli consumatori di generare un reddito supplementare da articoli che sono stati rivenduti.

Quando e perché la seconda mano rappresenta la prima scelta

Sebbene la popolarità delle piattaforme di reselling sia in crescita, ci sono alcuni settori in cui cercare opzioni di seconda mano quando si fanno acquisti rappresenta una abitudine consolidata per i consumatori italiani. Automobili (30%), tecnologia (24%) e abbigliamento (23%) sono quelli dove si cercano più opzioni di seconda mano, seppur sporadicamente. Se si guarda invece ai settori in cui si cercano sempre opzioni di usato, la situazione cambia piuttosto radicalmente, con abbigliamento (11%), automobili (10%) e articoli di lusso e accessori (entrambi a 9%) a farla da padroni.

Le piattaforme di reselling offrono un canale di shopping alternativo, peer-to-peer, il cui potenziale è dirompente non solo perché risponde alla sensibilità green delle nuove generazioni, ma anche perché scaturito da un anno con pochi stimoli, ispirazione o interazione sociale, incorporando molteplici elementi di attrattività per i consumatori: la convenienza, ad esempio, rappresenta la motivazione principale per oltre la metà (54%), seguita dalla possibilità di trovare prodotti che sono andati esauriti altrove (33%) e dalla ricerca di pezzi unici (30%).

Si tratta in definitiva di uno spazio da esplorare, adocchiato anche dai grandi retailer, che hanno lanciato programmi di riacquisto e rivendita su scala mondiale, spesso per contribuire ai loro obiettivi di sostenibilità piuttosto che per profitto. Ma è anche uno spazio in cui viene valorizzata la dimensione locale, aspetto che ben si sposa con l’approccio dei consumatori italiani, se si considera che 2 su 3 (66%) apprezzano quando i retailer sostengono marchi indipendenti e il 51% afferma di supportare maggiormente le imprese locali dall’inizio della pandemia.

AR e try-on virtuale per rendere lo shopping online più sostenibile

Un’altra leva innovativa a cui l’industry del retail potrebbe guardare per ridurre l’impatto ambientale dello shopping è quello dell’impiego della realtà aumentata e del try-on virtuale, due tecnologie che aspirano a far superare uno dei problemi principali legati al commercio elettronico, ovvero gli errori di taglia, che rappresentano oltre due quinti (43%) dei resi di capi di abbigliamento acquistati online nell’ultimo anno in Italia. Ma non solo: l’impossibilità di provare i prodotti prima di acquistarli rappresenta una criticità per oltre 2 intervistati su 5 (42%).

In risposta a queste complessità che contribuiscono a nutrire la pratica dei resi, generando implicitamente dei costi per i retailer e per l’ambiente, il valore aggiunto che i consumatori tricolore vedono nell’AR risiede in primis nella di vedere come starebbero i prodotti (37%), vederli a 360° (34%) e capirne la dimensione esatta (34%). Segue, nel caso di complementi d’arredo, la possibilità di visualizzare i prodotti all’interno dell’ambiente prescelto (28%).

“La realtà aumentata sta diventando una leva critica nel supportare le imprese a raggiungere i propri clienti, nonché a connettersi con loro con nuove modalità che rispondano meglio alle esigenze di questi ultimi anche in termini di sostenibilità, sia nel caso di brand globali, sia in quello di aziende di piccole e medie dimensioni. Industry quali Beauty, Lusso e Moda hanno iniziato a considerare e utilizzare l’AR come uno strumento importante per rendere possibile la visualizzazione dei prodotti da remoto, migliorare l’engagement dei clienti e lo storytelling, abilitando contestualmente un modello di shopping più consapevole e sostenibile” ha aggiunto Valoti. “Negli ultimi anni l’AR applicato a mondo dello shopping ha rappresentato una delle principali aree di investimento per Snap. Forti dei progressi fatti e dell’esperienza maturata, stiamo ora supportando con la nostra tecnologia brand prestigiosi come Gucci, Prada, Farfetch e molti altri ancora, aiutandoli a plasmare il futuro del retail attraverso il try-on virtuale basato sull’AR.”

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