Il Giappone vuole più trasparenza sui dati usati dall’AI
Il Giappone prepara nuove regole per aumentare la trasparenza sui dati usati dall’AI. Le aziende potrebbero essere chiamate a dichiarare modelli, dati di training e metodi di raccolta, seguendo un sistema non vincolante basato sul principio “comply or explain”.
Il Giappone vuole fare maggiore chiarezza su uno degli aspetti più discussi dell’intelligenza artificiale generativa: quali dati vengono utilizzati per addestrare i modelli.
Un gruppo di esperti governativo ha approvato nelle sue linee generali una proposta per introdurre un cosiddetto “principle code” dedicato alle aziende AI.
Il codice non sarebbe obbligatorio nel senso tradizionale del termine.
Il governo giapponese punta infatti su un modello “comply or explain”: le aziende potranno rispettare le indicazioni oppure spiegare pubblicamente perché hanno deciso di non farlo.
L’obiettivo è trovare un equilibrio tra tutela della proprietà intellettuale e sviluppo tecnologico.
Dati usati dall’AI: il Giappone chiede maggiore chiarezza
Il progetto nasce dalle crescenti preoccupazioni sull’utilizzo di testi, immagini e altri contenuti protetti per addestrare sistemi di intelligenza artificiale generativa.
Uno dei problemi riguarda proprio la difficoltà di capire se un determinato contenuto sia finito all’interno di un dataset.
Il nuovo codice punta quindi a rendere più trasparenti le aziende che sviluppano oppure forniscono servizi AI.
La proposta riguarda sia gli sviluppatori dei sistemi sia i fornitori dei servizi che li utilizzano.
E non si fermerà alle società giapponesi.
Anche le aziende straniere che offrono servizi AI in Giappone saranno comprese nel nuovo approccio.
Il Giappone chiede spiegazioni di modelli e dati di training
La bozza contiene tre principi principali.
Il primo riguarda direttamente la trasparenza.
Le aziende che decideranno di aderire dovranno pubblicare sui propri siti informazioni sui modelli di intelligenza artificiale utilizzati, sui dati impiegati per il training e sui metodi utilizzati per raccoglierli.
Queste informazioni dovranno essere accessibili pubblicamente.
Esiste però un limite importante.
La divulgazione di informazioni considerate sensibili non sarà obbligatoria.
Il Giappone vuole dichiarazioni pubbliche
Le aziende che decideranno di seguire il codice dovranno comunicarlo sul proprio sito e informare anche il governo.
Chi invece sceglierà di non adeguarsi potrà farlo, ma dovrà spiegare pubblicamente le proprie ragioni.
È proprio qui che entra in gioco il principio “comply or explain”.
Il governo non impone quindi un obbligo rigido, ma cerca di creare una forma di pressione attraverso la trasparenza.
Per un’azienda potrebbe diventare difficile evitare completamente le richieste senza spiegare pubblicamente la propria posizione.
I titolari dei diritti potranno chiedere informazioni
Il secondo principio riguarda direttamente copyright e proprietà intellettuale.
Quando un titolare dei diritti sospetta che una propria pagina web sia stata utilizzata per addestrare un sistema AI, potrà chiedere informazioni all’azienda.
Quest’ultima dovrebbe quindi chiarire se quella pagina è stata inclusa nei dati di training.
È un passaggio particolarmente interessante.
Uno dei maggiori problemi attuali è infatti la difficoltà, per autori ed editori, di sapere se i propri contenuti siano stati realmente utilizzati per addestrare un modello.
Il nuovo approccio giapponese prova a introdurre un meccanismo più diretto.
Non significa che ogni controversia sul copyright verrà automaticamente risolta.
Permetterebbe però ai titolari dei diritti di ottenere informazioni che oggi possono essere molto difficili da recuperare.
Anche gli utenti potranno chiedere chiarimenti sul copyright
Il terzo principio riguarda invece gli utilizzatori di sistemi e servizi AI.
Quando un utente teme che un contenuto generato possa violare diritti d’autore, l’azienda dovrebbe rispondere alle richieste di informazioni.
Il codice prova quindi a coprire sia la fase di addestramento sia quella di utilizzo dei modelli.
Da una parte troviamo i titolari dei contenuti originali.
Dall’altra ci sono gli utenti che impiegano strumenti AI e vogliono capire meglio i rischi legati al copyright.
La proposta nasce dalla legge giapponese sull’AI del 2025
Il nuovo codice si basa sulla legge giapponese dedicata alle tecnologie AI approvata nel maggio 2025.
Il principio alla base è evitare un approccio capace di frenare eccessivamente l’innovazione, mantenendo però maggiore attenzione sui diritti di autori e aziende.
Per questo il Giappone sembra preferire, almeno in questa fase, una regolamentazione basata soprattutto sulla responsabilità pubblica delle aziende.
Non rispettare il codice non significherà automaticamente violare una norma.
Ma dichiarare apertamente di non voler spiegare quali dati vengono utilizzati potrebbe avere conseguenze sulla reputazione e sulla fiducia degli utenti.
La trasparenza sui dataset diventa sempre più importante
Il problema dei dati di training sta diventando centrale nel settore dell’intelligenza artificiale.
I modelli generativi richiedono enormi quantità di contenuti.
Testi, immagini e altre informazioni possono provenire da fonti molto differenti, e non sempre è semplice capire come siano state raccolte.
Il Giappone prova quindi a intervenire su una delle domande più semplici ma anche più difficili da risolvere: da dove arrivano i dati con cui è stata addestrata questa AI?
La proposta non introduce ancora un obbligo assoluto e lascia alle aziende la possibilità di non aderire.
Chiede però una cosa precisa: se decidete di non essere trasparenti, spiegate pubblicamente perché.
Potrebbe sembrare un compromesso leggero, ma in un settore nel quale la provenienza dei dataset resta spesso poco chiara può diventare un primo passo importante.