Starship V3 vola nel suo primo test ufficiale
Starship V3 ha completato il suo primo volo di prova da Starbase, in Texas: il nuovo sistema di SpaceX ha rilasciato satelliti mock Starlink e ha chiuso la missione con un rientro controllato nell’Oceano Indiano. Il test non è stato perfetto, perché una parte del profilo di volo ha registrato alcune anomalie. Per SpaceX resta però un passaggio importante verso Starlink, Artemis e i futuri voli con rifornimento in orbita.
Starship V3 parte da Starbase
Starship V3 è decollata per la prima volta da Starbase, in Texas, segnando il dodicesimo test della campagna Starship iniziata nel 2023. Il lancio è avvenuto con il grande veicolo composto dallo stadio superiore Starship e dal booster Super Heavy.
Il dato tecnico più interessante riguarda proprio la nuova configurazione: non parliamo di un semplice ritocco, ma della prima prova della versione V3 sia per la nave sia per il booster. Inoltre, il lancio è partito da una nuova rampa pensata per gestire un sistema più potente.
Il volo è durato poco più di un’ora. Dopo il decollo, i due stadi si sono separati e Starship ha proseguito verso la fase suborbitale. Il booster Super Heavy è invece rientrato separatamente nel Golfo del Messico, circa sei minuti dopo la partenza.
SpaceX non puntava al recupero dei due elementi. Questo dettaglio va tenuto presente, perché il test era costruito per raccogliere dati, stressare il veicolo e verificare il comportamento della nuova architettura.
Starship V3 rilascia i satelliti mock
Durante la fase di crociera suborbitale, Starship V3 ha rilasciato un carico di satelliti simulati Starlink. La sequenza prevedeva venti unità mock, più due satelliti modificati incaricati di osservare lo scudo termico durante la discesa.
Questa parte del test ha un valore pratico. Starship non deve solo volare, deve diventare una piattaforma capace di portare in orbita grandi carichi, soprattutto per l’espansione della rete Starlink. Quindi il rilascio del payload rappresenta una delle prove più utili della missione.
Il volo ha registrato anche un problema a uno dei sei motori dello stadio superiore. Starship ha comunque raggiunto la fase prevista, ma i controllori hanno deciso di non tentare la riaccensione in volo prima del rientro.
La scelta è prudente e comprensibile. In un test del genere, forzare una manovra non necessaria può ridurre il valore dei dati raccolti, meglio chiudere il profilo in modo controllato e portare a casa il maggior numero possibile di informazioni.
Rientro controllato nell’Oceano Indiano
La parte più spettacolare è arrivata nel rientro: Starship ha attraversato l’atmosfera, ha gestito una fase di rientro ad alta energia e ha completato una discesa controllata verso l’Oceano Indiano.
Il veicolo ha eseguito anche un’accensione finale per la manovra di rientro e alcune evoluzioni aerodinamiche pensate per spingerlo vicino ai suoi limiti. SpaceX usa spesso questa logica: testare in modo aggressivo, trovare i margini e poi correggere rapidamente.
Il risultato non cancella le anomalie, ma conferma diversi obiettivi centrali. Starship ha volato nella nuova configurazione, ha separato gli stadi, ha rilasciato il carico simulato, ha affrontato il rientro e ha concluso la missione nell’area prevista.
Il booster, invece, non ha completato il boost-back burn pianificato dopo la separazione. Anche questo rientra tra i dati più importanti della giornata, perché il futuro di Starship passa dalla riutilizzabilità completa di nave e primo stadio.
Perché questo test interessa NASA e Starlink
Starship V3 non è solo un grande razzo sperimentale. SpaceX la considera una piattaforma centrale per il futuro di Starlink, per i voli lunari del programma Artemis e per missioni più ambiziose oltre l’orbita terrestre bassa.
La versione V3 introduce modifiche pensate per aumentare prestazioni, manovrabilità e capacità operative. Il booster usa una revisione dei motori Raptor, con più spinta e peso inferiore. Lo stadio superiore punta invece su missioni più lunghe, docking tra veicoli e rifornimento nello spazio.
Proprio il rifornimento orbitale resta una delle sfide più complesse: per portare Starship sulla Luna come lander di Artemis serviranno più veicoli tanker e una sequenza di trasferimenti di propellente ancora tutta da dimostrare su scala operativa.
Per questo ogni test conta. Non basta vedere il razzo decollare, SpaceX deve dimostrare ripetibilità, controllo del rientro, affidabilità dei motori e capacità di gestire missioni più lunghe.
Un passo avanti, ma non il traguardo
Il primo volo di Starship V3 può essere letto come un test riuscito nella sostanza, ma non come una missione perfetta. SpaceX ha ottenuto molti dati utili, ha validato parti importanti del nuovo hardware e ha mostrato un rientro controllato.
Allo stesso tempo, restano problemi da risolvere. Il motore perso sullo stadio superiore, la mancata riaccensione in volo e il boost-back burn non completato dal booster indicano che il percorso verso un sistema pienamente riutilizzabile è ancora aperto.
La differenza, però, sta nel metodo. SpaceX procede con test rapidi, voli reali e iterazioni continue: è una strategia rischiosa, spesso spettacolare, ma coerente con lo sviluppo di Starship.
Il prossimo passaggio sarà capire se V3 riuscirà a diventare più affidabile nei voli successivi. Solo allora il progetto potrà avvicinarsi agli obiettivi più importanti: lanci Starlink più frequenti, missioni lunari e, in prospettiva, voli oltre l’orbita terrestre.